Hamilton, Vettel, e la solitudine dei numeri 1

Probabilmente se vi chiedessimo cosa hanno in comune in questo 2020 il sei volte Campione del mondo di Formula 1 Lewis Hamilton e Sebastian Vettel (che di Campionati del mondo ne ha vinti solo due in meno) vi verrebbe ben poco in mente.
A pensarci bene, però, qualcosa c’è, (anche se in maniera diametralmente opposta).

E’ piuttosto difficile trovare un punto di congiunzione nelle vite (sportive) di due piloti che sono su percorsi totalmente differenti della loro carriera: uno continua a vincere -anzi stravincere- battendo ogni record e stabilendone di nuovi praticamente ogni weekend di gara (“Get in there Lewis, P1” e “Fantastic job guys, megawork” sono frasi che ormai sono entrati nell’elenco delle frasi più frequenti della Formula 1), l’altro, invece, non sale sul gradino più alto del podio da più di due anni (se non consideriamo Monaco 2019, barlume di luce in una notte buia).

I due hanno però in comune un qualcosa che difficilmente si sperimenta in Formula 1: la solitudine. Specialmente quando sei un pluricampione del mondo che ha fatto la storia della Formula 1. E specialmente se, come Hamilton, sei uno che la storia la sta ancora facendo di weekend in weekend.
Ma quale solitudine?” direte voi.


Beh, parlando del tedesco non c’è molto da spiegare: nonostante sia (stato) un Campione con la C maiuscola e nonostante sia universalmente riconosciuto come uno dei piloti più alla mano, disponibili e genuinamente appassionati (basta leggere le parole di Mick Schumacher o vedere il video del tedesco dopo le Q1 a Monza) Vettel è stato lasciato solo in primis dalla sua squadra, per la quale ha sognato di guidare fin da piccolo e il cui Rosso ha sempre cercato di onorare al meglio delle sue possibilità (a volte esagerando un po’). L’annuncio shock del suo addio alla Ferrari è stato il primo passo di un declino inarrestabile: trattato come un peso da quel giorno, la vita da “separati in casa” è stata (e continua ad essere) un incubo. Dalle strategie di gara palesemente sbagliate alle richieste di inserire modalità motore che non esistono; dal “here’s the task for you” in Spagna ad una macchina che lui ha più volte definito inguidabile per lui senza che però sia mai stato fatto qualcosa per risolvere il problema.

A lasciarlo solo non è stata però solo la Ferrari: il colpo più duro lo stanno dando alcuni tifosi, se così si possono definire, che ormai da mesi continuano a sparlare e a gettare fango sul tedesco come se le colpe del disastro Ferrari siano in qualche modo sua responsabilità, come se Seb avesse colpe della pessima gestione di Maranello e come se stessero parlando del primo malcapitato e non di un quattro volte campione del mondo. Il perchè, non si capisce molto bene.
Eh ma Leclerc va molto più veloce” è il commento che si legge più spesso, corredato da sequele di altre scempiaggini, senza rendersi conto che non è la macchina che fa il pilota, e che la stessa monoposto che risulta perfetta per il pilota X possa essere disastrosa per il pilota Y, o peggio: basta guardare il caso RedBull.

Ogni weekend che passa con Team Radio post-sessione muti o con commenti smorti e poco invogliati da parte del tedesco una parte del motorsport muore, perchè, che piaccia o no, Vettel è stato un campione del mondo, il quinto più vincente di sempre. Ma molti non se ne rendono conto.


Di Hamilton, invece, se ne parla già abbastanza e c’è davvero poco rimasto da dire. Eppure anche il Numero 1 dell’era ibrida sembra avere i suoi problemi di solitudine:il primo di questi nasce e si sviluppa tutto in pista.
Il più veloce di tutti, il più costante di tutti, il più vincente di tutti.
Da anni ormai Hamilton non ha nessun rivale. Neanche il compagno di scuderia sembra poterlo impensierire e ormai praticamente ogni gara è la fotocopia della precedente: davanti al gruppo, lontana e indisturbata, c’è una monoposto nera di un Campione che forse, ogni tanto, vorrebbe con tutto il cuore avere qualcuno con cui giocarsela e con cui spingersi al limite, a cui tirare la staccata o a cui prendere la scia in uscita di curva. Ma non può, perché nessuno è al suo livello.

Non si sa se sia questo a suscitare le ire dei tanti appassionati o se sia una più generale ignoranza, tuttavia sono sempre più quelli che, forse a causa della scarsità di punti di attacco in relazione alle sue performance, si soffermano a criticarlo per i “messaggi” e le campagne da lui portate avanti.
A farlo, spesso, sono proprio gli stessi che fino a poco prima si professavano suoi fan: invece di essere contenti che una personalità di spicco usi la sua posizione di influenza per promuovere la risoluzione di problematiche sociali e per mettere in luce tali problematiche, i più intraprendenti si divertono a tacciarlo di “pilota che non deve fare altro che guidare“.
Come se guidare una macchina di F1 a 350km/h fosse facile.
Come se i piloti esistessero solo e soltanto per far divertire Antonino, Vito e compagnia bella.
Come se quei 20 supereroi (questo è chi è in grado di guidare una F1) in tute sponsorizzate siano automi senz’anima e senza personalità che non possono permettersi di avere interessi e passioni o, peggio ancora, di esprimere le proprie idee.

Forse ci siamo abituati allo stereotipo di sportivo che alle interviste risponde a macchinetta e che l’unica esposizione mediatica a cui si sottopone è la pubblicità di rasoi o creme da barba? O a quelli che fanno gestire i propri social da team di “esperti” che su tali piattaforme pubblicano solo post e foto dal taglio istituzionale e senza un minimo di umanità?
Forse sì, forse no. Fatto sta che più persone si sono scagliate sulla maglietta indossata da Lewis nel pregara e sul podio del GP del Mugello come un cane con l’osso: “basta messaggi politici nella F1” è il sunto delle decine e decine di critiche mosse al campione Inglese. A tutto questo, la risposta migliore l’ha data all’account Twitter di Mercedes: “Questa non è politica. Sono semplici diritti umani “.

Ancora una volta, il motivo di criticare un Campione per gesti simili non è molto chiaro. Per fortuna però sono altrettanti e forse anche di più i messaggi di chi (anche nonostante la poca simpatia verso il dominio Mercedes degli ultimi anni) dimostra di capire che Lewis, come tutti noi, prima di essere un pilota (o un impiegato, un tecnico, un artista, un pizzaiolo) è un essere umano.
E almeno in questo non è – e non sarà- solo.

Emanuele Breschi

Diplomato in Lingue e laureato in Scienze Politiche, anche se ho passato più ore su Netflix o alla Playstation che sui libri.

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