Cara vecchia Juve, è ora di dirti addio

I tifosi della Vecchia Signora, quelli veri, negli anni si sono abituati a tutto: battute sugli arbitri, su Calciopoli, sulle finali di Champions. C’è chi le ha sempre prese a ridere senza dar peso anche alle più severe delle invettive; c’è chi si è sempre sentito offeso e ha reagito come fossero offese personali.

C’è una cosa su cui però tutti (o perlomeno quelli più intellettualmente onesti) saranno d’accordo: alla luce dei fatti di queste settimane, nel cuore di ogni Juventino (o perlomeno, in quello dello juventino che vi sta scrivendo adesso) ci sono solo due emozioni: delusione e rabbia.

La prima non è tanto per i risultati ancora una volta venuti a mancare in Europa o per il fallimento del Sarrismo in salsa bianconera. No. La delusione è esclusivamente derivante dall’aver assistito alla pessima gestione dell’emergenza tecnico-sportiva in cui la Juventus si ritrova da mesi, da parte di una società storica e da una dirigenza che avrebbe dovuto essere la più sveglia, scattante, innovativa ed efficiente del panorama europeo.

Diciamocela tutta: l‘era d’oro della Juventus sta finendo. Forse è già finita. E non ce ne siamo neanche accorti. Non perchè sia successo tutto troppo in fretta. Anzi. Bensì perché è stato tutto il frutto di un lento declino iniziato il giorno in cui (sì, dobbiamo dirlo) il mito Cristiano Ronaldo è sbarcato a Torino. Da quel momento tanto i tifosi quanto la società, tanto i giocatori quanto lo staff si sono adagiati sugli allori pensando che bastasse rubare il campionissimo al Real per ottenere gli strabilianti risultati dei blancos. E com’era prevedibile, così non è stato.

Chi vi scrive se lo ricorda ancora bene: la partita di esordio di CR7 fu contro il Chievo in un tardo pomeriggio di agosto 2018 e la stavo seguendo sul mio iPad a bordo piscina, discutendo con un amico sugli ultimi tasselli per comporre la mia fantasquadra.

Una cosa, di quel giorno, mi è rimasta e mi rimarrà per sempre impressa: dopo il gol vittoria di Bernardeschi arrivato in zona Cesarini inoltrata non ci fu nessuna esultanza. Alla gioia per la prima vittoria di quello che sarebbe stato il 35° scudetto si era sostituita un’inquietudine ed un generale sentimento di interdizione per quello che il gigante portoghese aveva fatto vedere nei suoi primi minuti di gioco.
Mentre tutti esultavano e godevano per la vittoria, a preoccuparmi erano quei gesti di stizza per un passaggio mancato o sbagliato, quell’atteggiamento di superiorità spasmodica verso i compagni che dovevano giocare per lui, quell’irrefrenabile voglia di tirare da qualsiasi distanza e da qualsiasi posizione per cercare il goal del campione piuttosto che abbassarsi a passare la palla ad un plebeo qualsiasi.

Ecco. Da lì ho iniziato a preoccuparmi per il futuro della mia Juventus, che era arrivata a sborsare 100 milioni di euro per un giocatore di 33 anni con il solo intento di crogiolarsi nel suo stesso brodo e farsi dire dagli altri di essere la squadra più forte del mondo.
Così non è stato. E da lì è iniziato il declino. E con esso, la rabbia di vedere la propria squadra del cuore fare errori da principianti ed incapace di reagire di fronte a sempre più incalzanti difficoltà.

Ovviamente, la colpa non è neanche lontanamente solo di CR7, ed infatti c’è da ammettere che ogni membro della squadra ci ha messo un certo impegno per arrivare a questa clamorosa debacle: la società si è davvero superata per non riuscire a effettuare alcun acquisto utile alla squadra (qualcuno ha parlato di terzini?), Sarri si è rifiutato di riadattare il suo stile tecnico-tattico alla realtà bianconera, i giocatori si sono convinti che bastasse il portoghese per vincere e praticamente tutti hanno avuto un 2019/2020 in caduta libera (e no, il COVID non è una scusa).
Lo avrete ormai già letto tutti: nelle ultime due edizioni della Champions League, dagli ottavi in poi per la Juventus ha segnato SOLO Ronaldo. Come può una squadra con una statistica del genere puntare ad essere la migliore d’Europa, e, sopratutto, a continuare ad essere la migliore d’Italia?

E dunque, adesso ci ritroviamo qui: un finale di campionato di bassissimo livello, un’eliminazione dalla Champions ancora più umiliante di quella con l’Ajax, un allenatore esonerato e messo alla berlina come se tutti i mali della Juventus fossero colpa sua.
Ma sappiamo tutti che non è così. Nella sua unica stagione in bianconero Sarri è riuscito a portare a casa lo scudetto nonostante non avesse mai avuto davvero i favori nè dello spogliatoio nè della società, che più volte lo ha lasciato da solo ad affrontare sfide molto più grandi di lui (di nuovo: qualcuno ha detto terzini?). La colpa, forse, è di chi ha creduto che bastasse un giocatore per vincere tutto.

Da Agnelli a –sopratutto– Paratici, tutti a Vinovo si meritano uno schiaffo (figurativo, ovviamente) per rimettere la testa a posto e ricominciare a pensare a cosa conta davvero: non vendere tanto merchandising col numero 7, ma fare un Mercato con la M maiuscola che metta nelle mani del prossimo allenatore (Inzaghi? Pochettino? Allegri 2.0?) una squadra pronta per affrontare ogni evenienza. Non una squadra costruita con pezze e rattoppi intorno ad un campione che si spera faccia 1 o 2 gol a partita.

Ricominciare, dunque. Ma ricominciare da 0. Come se gli ultimi 9 scudetti consecutivi non esistessero e come se la Juve avesse di nuovo tutto da dimostrare.
Personalmente accetterei anche un 7° posto in campionato per i prossimi due anni, se ciò coincidesse con un periodo di transizione utile a mettere a punto una vera, nuova, cattiva Juventus che possa e voglia vincere tutto, di nuovo, ovunque. Anche in Europa. Finalmente.

Emanuele Breschi

Diplomato in Lingue e laureato in Scienze Politiche, anche se ho passato più ore su Netflix o alla Playstation che sui libri.

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