Stefano Pioli è un uomo troppo gentile

Stefano Pioli è un uomo di calcio e una persona per bene, ma prima di tutto è un professionista. Chiamato a mettere le toppe su un avvio di stagione shock costato la panchina dei – suoi – sogni a Marco Giampaolo, ha ridato slancio a un gruppo che sembrava sfilacciato, ha saputo compattarlo e ha presentato, al rientro dopo l’emergenza sanitaria, una squadra tirata a lucido, che gioca bene e batte anche le grandi. C’è chi, scherzandoci su, pensa che il problema del Milan sia stata la presenza del pubblico. Nelle tristi (ma almeno ci fanno compagnia) partite senza spettatori della vita post-covid, il Milan ha vinto 4 volte su 5, pareggiando a Ferrara con la Spal una partita che sembrava persa e anche un pò maledetta. 9 punti nelle ultime 3, contro Roma, Lazio e persino Juventus. 41 totali in 24 gare, con una media di 1,70 a giornata.

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Dopo aver tentennato – e parecchio – all’inizio, complice anche un calendario che lo ha messo di fronte a tutti big match, per la maggior parte persi, Pioli ha condotto con impegno e determinazione una barca che sembrava affondata già a pochi metri dal porto. Le tensioni societarie hanno scandito il suo lavoro. Boban via. Gazidis che prende sempre più potere, accantona Maldini e ingaggia Ralf Rangnick (perchè ormai a forza di parlarne sembra quasi banale non dare per scontato che l’ex Lipsia sarà il nuovo tecnico del Milan). Dal mercato di gennaio poi arrivano altri scossoni: l’avventura con i rossoneri del pistolero Piatek, passato da essere il nuovo Lewandoski alla cessione in un ben che non si dica, volge al termine. L’emblema della mancanza di continuità degli ultimi, deludenti, anni per i tifosi del Milan.

Si parla di progetto, ma che progetto? Pur non esprimendo un grande calcio Gattuso era arrivato a giocarsi l’ingresso in Champions all’ultima giornata lo scorso anno, ma in Italia non c’è tempo. Si pretende tutto e subito e i progetti fioriscono a flotte come i fiori in primavera, ogni anno ce n’è uno. E allora dentro Giampaolo, che parte male e viene silurato dopo 7 giornate. Ecco dunque Pioli e Ibrahimovic che, nonostante l’età, è riuscito a alzare l’asticella, quanto meno della competitività e dell’impegno, nello spogliatoio. Ma probabilmente non ci sarà più tempo nemmeno per lui. Non che lo Svedese sia quello da cui bisognerebbe ripartire (e non ce ne voglia Zlatan, ma sai, ‘’i progetti’’). Il Milan ha bisogno da anni di un bomber. Uno come lui però, affezionato e competitivo, potrebbe anche servire. Gazidis non la vede così, lui è un aziendalista, ma il calcio non è – solamente – un’industria.

Pioli incassa, dribblando sempre con eleganza le polemiche davanti ai microfoni. Va avanti per la sua strada e il lavoro, alla lunga, paga sempre. Rebic è un giocatore nuovo e lo deve proprio a Pioli. Persino Kessiè e Chalanoglu sembrano rivitalizzati. Kjaer, arrivato con i saldi invernali, si è preso il centro della difesa, frutto dell’umile arte di rimboccarsi le maniche del tecnico. Tutto questo a Pioli non basterà. Forse qualcuno dovrebbe chiedere scusa a lui, e magari anche a Maldini. Infondo se il Milan ha trovato Theo Hernandez, uno dei terzini più forti della sua storia recente, come non se vedevano (ma non solo a Milanello) da anni, il merito è anche e soprattutto suo.

E allora vai, per Pioli giusto il tempo di blindare un posto nella prossima Europa League e fare le valigie. Poi sarà un altro giro, un’altra corsa.

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