71 anni fa la Tragedia di Superga. Dal Grande Torino a Kobe, i disastri aerei nello sport

Sono passati 71 anni dalla Tragedia di Superga e dalla fine dell’era d’oro del Grande Torino. E oggi, per la prima volta dagli ultimi 70 anni, non sarà possibile prendere parte a causa delle restrizioni al pellegrinaggio verso la Basilica di Superga. A ricordare le 31 vittime di quella notte ci penserà il capitano Belotti che, da solo, si recherà sul colle per l’anniversario della tragedia.

 

Il Gran Torino di Loik, Mazzola e Ossoli

Era il 4 maggio 1949 e il Grande Torino era di ritorno a casa dopo aver giocato un’amichevole disputata a Lisbona contro il Benfica. Il Torino in quegli anni stava vivendo il suo più grande periodo nella storia del calcio azzurro. Pluricampione d’Italia vantava le colonne portanti della Nazionale portando il Granata ad otto anni di conquiste, cinque scudetti consecutivi e una Coppa Italia. A capo della società dal 1939 c’era Ferruccio Novo che come primo acquisto si affidò ai piedi del diciannovenne Franco Ossola con un passato solo nel Varese. Un anno dopo l’Italia enterà in guerra. In vista del campionato 1941\1942 però, Novo giocò d’anticipo acquistando Ferraris II – campione del Mondo 1938 – Romeo Menti, Alfredo Bodoira, Felice Borel e Guglielmo Gabetto, dai cugini bianconeri.

Novo però non portò solo nuovi giocatori, ma rivoluzionò anche il modulo di gioco passando dal metodo, la disposizione che aveva permesso a Pozzo di vincere i Mondiali del 1934 e del 1938, al sistema, sviluppato negli anni trenta dal tecnico dell’Arsenal. In sostanza consisteva in un 3-2-2-3, tre difensori, quattro centrocampisti (due mediani e due interni) e tre attaccanti. Come una sorta di WM. Una tecnica più dinamica, equilibrata e che permetteva, con i giocatori giusti, il controllo del centrocampo.

Ma tutto questo non basta. Il campionato 1941\1942 viene vinto dalla Roma mentre i Granata si posiziona secondo, manca ancora poco al successo. Al Torino si aggiungono anche Valentino Mazzola, grande regista e capitano del Gran Torino, Ezio Loik e Giuseppe Grezar, tutti e tre già parte della Nazionale di Pozzo. Quell’anno il Torino portò a casa il suo secondo scudetto, vincendo anche la Coppia Italia contro il Venezia chiudendo la partita con un secco 4-0. Era il primo double nella storia del calcio italiano.

L’anno seguente, nel 1944, i Granata ottengono collaborazione con la FIAT dando vita al Torino FIAT, un modo per salvare i giocatori richiamati al fronte. In quel modo infatti, Mazzola e gli altri risultavano come operai della casa automobilistica degli Agnelli. Azione simile la fecero i cugini che si unirono alla Cisitalia dell’allora presidente Piero Dusio. Intanto al Toro si unirono anche Luigi GriffantiSilvio Piola, centravanti della Lazio, rimasto bloccato al Nord a seguito dell’armistizio. Quell’anno ci fu un’organizzazione a gironi resi difficili a causa della presenza degli Alleali e della Linea Gotica sul territorio. In più il Torino perse il torneo a causa di un incontro non ufficiale della Nazionale a Trieste a fini propagandistici.

Dal 1945 però, il Torino segnerà un successo dietro l’altro fino all’ultimo campionato disputato nel 1948\1949. Quell’anno i Granata persero Pietro Ferraris, trasferito al Novara, giocando con la formazione tipo: BacigalupoBallarinMarosoGrezarRigamontiCastiglianoMentiLoikGabettoMazzolaOssola sotto la guida del direttore tecnico Egri Erbstein e dell’allenatore Lievesley. Nel derby di ritorno il Torino sconfisse per 3 a 1 la Juventus aumentando il vantaggio che aveva in classifica, a sei punti sull’Inter, una distanza che si accorcia sempre di più dopo i due pareggi del toro con il Trieste e con il Bari. Lo scontro diretto finì 0-0 a Milano. Mancavano ancora quattro partite alla fine del campionato, quando il Torino partì per il Portogallo il 1° maggio 1949 per giocare un’amichevole contro il Benfica. La partita finì 4-3 per i portoghesi, nonostante i gol di Ossola al 9′ e di Bongiorno per il pareggio nel primo tempo. Negli ultimi 45 minuti invece Mazzola riuscì a portare a casa un rigore trasformato in gol da Menti.

L’ultimo giorno del Gran Torino

Il Torino venne invitato dal Benfica per omaggiare il capitano della squadra e della nazionale portoghese Francisco Ferreira. Il Toro accettò e il primo maggio partì verso Lisbona. All’evento non parteciparono il difensore Sauro Tomà, bloccato a casa per un infortunio, e il secondo portiere Renato Gandolfi, avvisato solo l’ultimo giorno a favore del terzo portiere, e fratello di Aldo, Dino Ballarin. A Torino erano rimasti anche Novo e il dirigente sportivo Copernico. Alla trasferta invece si unirono anche i giornalisti Renato Casalbore (fondatore di Tuttosport), Renato Tosatti (Gazzetta del Popolo) e Luigi Cavallero (La Stampa) che prese il posto di Vittorio Pozzo, anche lui inviato sportivo al giornale torinese.

Durante il rientro a casa, l’aereo, il trimotore Fiat G. 212, ospitava 31 persone a bordo. Ormai vicino casa, trovò una fitta nebbia attorno a Torino tanto da oscurarne le colline circostanti. A questo si aggiunse un malfunzionamento del mezzo. A causa poi anche della limitata strumentazione di bordo e di terra, l’aereo si schiantò contro la Basilica di Superga causando la morte istantanea di tutte le persone a bordo.

Per finire il campionato il Torino schierò la formazione giovanile che riuscì a vincere, contro i pari-età mandati dalle squadre avversarie, le quattro partite restanti e a portare a casa, in onore di quel Grande Torino, anche l’ultimo scudetto di quell’epoca.

 

Non solo Superga, gli altri incidenti aerei nel mondo sportivo

Qualche mese dopo l’incidente di Superga, il mondo piangerà anche la morte del pugile Marcel Cerdan, scomparso durante un incidente contro una montagna di un’isola delle Azzorre, mentre era a bordo di un Parigi-New York. Cerdan è stato campione del mondo dei pesi medi da settembre ’48 a giugno ’49.

Il Manchester United del ’58

Nove anni dopo da quanto accaduto a Superga, il 6 febbraio 1958, anche il Manchester United venne segnato dalla Tragedia di Monaco durante il rientro dalla Coppa dei Campioni giocata a Belgrado. Dopo la vittoria all’andata e il pareggio al ritorno contro la Stella Rossa, gli inglesi si erano guadagnati un posto in semifinale ed erano pronti a tornare a casa per prepararsi allo scontro con il Milan (vinto dai rossoneri dopo il 2-1 all’andata e il 4-0 al ritorno). La squadra, allenata dallo scozzese Busby, sopravvissuto all’incidente, era formata da ragazzi molto giovani nati e cresciuti nei dintorni della città.

In sosta all’aeroporto di Monaco-Riem per rifornimento, l’aereo impiegò tre tentativi prima riuscire a decollare, nonostante il suggerimento dell’ingegnere che optava per far riposare il motore quella notte. L’aereo però ripartì con a bordo i Busby Babes arrivando a toccare i 217 chilometri orari. Il motore sinistro però si surriscaldò nuovamente, mentre un leggero strato di neve rallentò l’accelerazione dell’aereo sceso a 194 chilometri orari. Troppo veloce per fermarsi, troppo piano per decollare. L’aereo, fuori controllo, sfondò la recinzione della pista mentre l’ala sinistra si schiantò contro una casa. Il lato sinistro della cabina dei piloti colpì un albero mentre la parte centrale del velivolo centrò un capanno con del carburante che prese fuoco insieme all’aereo.

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L’incidente aereo costato la vita ad alcuni giocatori del Manchester United nel 1958 all’aeroporto di Monaco-Riem (foto: Virgilio Sport)

Quella tragedia si portò via otto giocatori del Manchester, mentre altri due non poterono più tornare in campo. Matt Busby riuscì a tornare ad allenare la squadra e con l’aiuto del capitano Bobby Charlton tornò a vincere la Coppa dei Campioni dieci anni dopo battendo 4-1 il Benfica, grazie proprio alla doppietta di Charlton, in onore delle vittime della Tragedia di Monaco.

Gli azzurri del nuoto italiano e l’Old Christians Club

Il 28 gennaio 1966, il nuoto italiano saluta sette ragazzi della nazionale nel disastro di Brema. Moriranno Bruno Bianchi, Dino Rora, Sergio De Gregorio, Amedeo Chimisso, Luciana Massenzi, Carmen Longo e Daniela Samuele. Oltre a loro anche l’allenatore Paolo Costoli e il telecronista Nico Sapio.

La squadra di rugby uruguaiana Old Christians Club, era in rotta per il Cile quando si schiantò nelle Ande il 13 ottobre 1972. L’aereo portava 40 membri e giocatori della squadra, tra questi morirono 29 persone e ne sopravvissero 16, tra cui Roberto Canessa Urta.

Nel 1993 poi, la squadra di calcio della Nazionale del Zambia precipita a Libreville (Gabon). Nel 2012, durante i festeggiamenti dello Zambia per la prima conquista della Coppa d’Africa, i giocatori ricorderanno i loro connazionali morti nell’incidente aereo 19 anni prima.

La Chapecoense del 2016

A volte il destino sa essere così beffardo da creare dolorose coincidenze. Una tra queste ha segnato la squadra brasiliana Chapecoense, che il 28 novembre 2016 ha perso la vita a causa di un incidente aereo mentre effettuava un atterraggio d’emergenza nella città colombiana di Medellin. La Chapecoense, insieme a Benfica, River Plate e Bastia, è una delle società gemellate del Torino, segnate come gemelle da un destino tragico.

Più di un anno dopo l’incidente avvenuto in Colombia, è stato riscontrato come causa dell’incidente la mancanza di carburante, che avrebbe fatto partire lo stato d’emergenza già 40 minuti prima di cadere. SkySport riporterà poi che «né la società, né l’equipaggio, anche se erano a conoscenza della limitata quantità di carburante per completare il volo a Rionegro, hanno deciso di far scalo in un altro aeroporto per rifornirsi della quantità minima di carburante per completare il viaggio in piena sicurezza». I brasiliani si stavano recando in Colombia per giocare la finale della Coppa Sudamericana.

Nell’incidente sopravvissero tre calciatori: Jacson Ragnar FollmannAlan Luciano Ruschel e Helio Zampier Neto, difensore della Chapecoense, trovato sotto i rottami dell’aereo. Gli altri tre salvati sono la hostess Ximena Suarez, il tecnico Erwin Tumiri e il giornalista Rafael Valmorbida. Mentre il portiere Marcos Danilo morirà successivamente in ospedale.

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L’aereo su cui viaggiavano i giocatori della Chapecoense a seguito dello schianto nella città di Medellin / AFP / STR / Raul ARBOLEDA (Photo credit should read RAUL ARBOLEDA/AFP/Getty Images)
Gennaio 2019\2020: Emiliano Sala e Kobe Bryant

Il 27 ottobre 2018, dopo la partita tra Leicester e West-Ham finita 1-1, l’elicottero con a borto il presidente thailandese delle Foxes, Vichai Srivaddhanaprabah, si schianta nel parcheggio del King Power Stadium. Insieme a Claudio Ranieri, nel 2016 aveva portato la squadra alla gloria vincendo inaspettatamente la Premier League.

Infine, a un anno esatto di distanza, due diversi incidenti aerei si sono portati via una star del mondo del calcio prima e una del basket poi. Il 21 gennaio il calciatore argentino Emiliano Sala ha perso la vita mentre era in volo verso Cardiff. Un anno dopo l’accaduto, l’agenzia investigativa britannica per gli incidenti aerei avrebbe confermato in un’inchiesta, che il velivolo «non era condotto in conformità con gli standard di sicurezza applicabili ai voli commerciali». Lo stesso Sala prima di partire aveva espresso in un audio la sua titubanza in merito al velivolo. In più, secondo quanto riportato da SkySport, parrebbe che il pilota, il cui corpo non è mai stato ritrovato, non avesse completato l’addestramento per pilotare di notte. Il pilota poi, potrebbe essere stato intossicato da un’infiltrazione di monossido di carbonio in cabina, gli stessi trovati ad altissimi livelli nel corpo del calciatore.

Il 26 gennaio 2020 il mondo dello sport piangeva la scomparsa di una delle stelle più brillanti non solo dell’NBA ma di tutto il mondo dello sport mondiale. Kobe Bryant era in volo insieme alla figlia 13enne Gianna. I due si trovavano insieme ad altre sette persone in volo sulle colline tra Malibu e Los Angeles quando, a causa del maltempo, l’aereo è caduto contro una collina nei pressi di Calabasas. Il gruppo stava andando alla Mamba Sport Academy per una partita di allenamento della squadra di basket della figlia. La notizia della morte di Bryant ha scosso tutto il mondo dello sport e non solo, cogliendo tutti di sorpresa.

Nel primo decennio del Duemila aveva vinto cinque titoli con i Los Angeles Lakers, con i quali giocò per venti stagioni di fila, dal 1996 al 2016. La città intera dopo la notizia è stata colpita da un assordante silenzio. L’aeroporto è stato illuminato con il giallo e il viola, i colori dei Lakers, così come i grattacieli della città.

 

Giulia Taviani

22 anni, nasco a Verona, mi sposto a Milano ma sogno Bali. A quattro anni ho iniziato a scrivere poesie discutibili, a 20 qualcosa di più serio. Collaboro con Master X e con Periodico Daily. Ho scritto di cinema, viaggi, sport e attualità, anche se sono fortemente attratta da ciò che è nascosto agli occhi di tutti.

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