C’era una volta Andy Murray

C’era una volta Andy Murray, lo scozzese che riuscì ad abbattere le mille barriere con gli inglesi e che riportò nel Regno Unito il trofeo di Wimbledon, 77 anni dopo l’ultimo britannico, Fred Perry.

Andy lo sport l’ha sempre avuto nel sangue: figlio di un insegnante di tennis, nipote di un calciatore professionista e fratello maggiore di Jamie, altro tennista che al contrario suo eccelle nel doppio, dove ha collezionato svariati titoli, tra cui diversi del Grande Slam.

Murray inizia a giocare a tennis a due anni, sotto la guida della madre e a 13 aveva già vinto due tornei dell’Orange Bowl, importante palcoscenico mondiale per i tennisti più giovani. Stressato dai tanti impegni di un’intensa vita da atleta, Andy decide di dedicarsi al calcio, anche qui con discreti risultati, arrivando a sostenere un provino con i Rangers di Glasgow. Di correre dietro a un pallone però si stanca presto e torna a impugnare la racchetta.

Nel 1996 i fratelli Murray scampano al massacro della scuola elementare di Dublane, loro città natale, quando un uomo armato entrò in una scuola uccidendo 16 bambini e un insegnante.

Andy decide di lasciare la Scozia e trasferirsi in Spagna, dopo essere stato sconfitto da Rafael Nadal in un torneo internazionale. Il divario con il maiorchino era ampio, e per Murray non c’erano rivali all’altezza con cui confrontarsi nel suo Paese. È la svolta della sua carriera tennistica.

Nel 2004 arriva però il primo di una lunga serie di infortuni che ne segneranno purtroppo la carriera. Nonostante questo il giovane Andy si fa strada collezionando titoli giovanili e arrivando a vincere il torneo juniores dello US Open. Il 2005 è invece l’anno del primo accesso in un torneo ATP, anche se la stagione non era iniziata nel migliore dei modi. Murray accusa dei dolori alla schiena, che gli fanno rinviare l’esordio stagionale. Acciacchi dovuti a una malformazione ossea per aver giocato troppo a tennis nel periodo dello sviluppo.

Il mondo scopre Andy Murray

Nonostante questo, a giugno riesce ad accedere al tabellone del Queen’s di Londra dove ottiene le sue prime due vittorie nel circuito maggiore prima di uscire al terzo turno. Andy ottiene una wild card per Wimbledon, debuttando in un Grande Slam. Il mondo sta per scoprire un grande tennista: Murray batte al primo turno in 3 set George Bastil e al secondo elimina a sorpresa l’allora numero 13 del ranking Radek Stepanek, diventando il primo scozzese della storia ad arrivare al terzo turno di Wimbledon, dove verrà eliminato da David Nalbandian.

Cinque set sono ancora tanti per lui, ma per scrivere la storia ci sarà tempo.

Intanto Murray debutta anche allo US Open e in Coppa Davis, riuscendo addirittura a giungere in finale nel torneo di Bangkok, prima di capitolare sotto i colpi di Roger Federer.
Il 2006 è l’anno della consacrazione, che arriva con la conquista del SAP Open di San Jose, in California, dove in semifinale elimina il numero 3 del ranking Andy Roddick e in finale batte Leyton Hewitt, entrando per la prima volta nei top 50. Murray continua la sua scalata in classifica e nel 2008 vince il suo primo Master 1000 a Cincinnati, battendo nell’ultimo atto un altro giovane molto promettente, Novak Djokovic.

Murray e Djokovic dopo la finale a Cincinnati nel 2008. @TennisWorldUsa

Negli US Open poi, arriva anche la prima finale in un torneo del Grande Slam, ma è ancora Federer a spezzare i suoi sogni. Andy continua a collezionare finali e trofei alternati però ai soliti acciacchi che non gli danno tregua. Nel 2010 ha di nuovo la possibilità di mettere mano su un Grande Slam, ma c’è Roger Federer in finale e lo scozzese perde ancora.

Nel 2012 Murray cambia coach e sceglie Ivan Lendl. A Wimbledon riesce ad arrivare in finale: è l’unico britannico ad esserci riuscito nell’era Open. Dall’altra parte della rete? Sempre Roger Federer e per Murray è di nuovo sconfitta. È la quarta sconfitta per mano dello svizzero in un torneo del Grande Slam. Ma la rivincita stavolta, non tarda ad arrivare. Nell’Olimpiade di Londra del 2012 Murray riesce a vincere in finale contro Federer. Era dal 1904, nell’altra Olimpiade disputata a Londra, che un britannico non vinceva l’oro. A settembre poi, arriva anche il primo Slam della carriera: Murray vince lo US Open dopo una finale incredibile durata quasi 5 ore con Djokovic.

L’anno successivo inizia con un’ altra finale Slam in Australia, di nuovo contro Djokovic, ma stavolta è il serbo a spuntarla. Un dolore alla schiena gli impedisce di partecipare al Roland Garros e Murray concentra le sue forze in vista della stagione sull’erba. Lo scozzese si presenta al Queen’s come prima testa di serie e vince il trofeo. Si torna quindi a Wimbledon, un trofeo che Andy vuole a tutti i costi. Nei quarti va sotto due set a zero con Verdasco ma rimonta e accede in semifinale, dove elimina Jerzy Janowicz. Per lo scozzese è la seconda finale di fila e stavolta dall’altra parte della rete c’è Novak Djokovic. Con una grandissima partita Murray batte il serbo in tre set e vince Wimbledon, 77 anni dopo l’ultimo britannico.

Il 2014 però non è l’anno che Murray si aspettava. In Australia viene sconfitto ai quarti e a Miami annuncia la separazione da Ivan Lendl. Al Roland Garros Murray esce in semifinale e viene eliminato a Wimbledon da Grigor Dimitrov agli ottavi. Allo US Open nonostante un buon tennis viene sconfitto da Djokovic ai quarti e a Settembre esce dalla top 10 dopo esserci stato ininterrottamente dal giugno 2008.

Coppa Davis, un altro Oro Olimpico e di nuovo Wimbledon

L’anno successivo, lo scozzese alterna sconfitte amare a grandi soddisfazioni. In finale all’Australian Open viene battuto da Djokovic ma a maggio vince a Monaco il primo torneo della sua carriera sulla terra rossa. Dopo aver messo in bacheca anche il Queen’s di Londra interrompe la sua corsa in semifinale a Wimbledon, ma vince la Coppa Davis, con 11 vittorie su 11 incontri giocati, raggiungendo un record che fino ad allora era detenuto dai soli John McEnroe e Mats Wilander.

Il 2016 poi è il suo anno migliore, nonostante la quarta finale consecutiva persa in Australia. Murray a maggio vince gli Internazionali di Roma, diventando il primo britannico nell’era Open a riuscirci. Prima dell’inizio della stagione sull’erba si ricongiunge con Ivan Lendl, un connubio che porta subito i suoi frutti. Lo scozzese vince per la quinta volta il Queen’s ma soprattutto bissa il successo del 2013 a Wimbledon, battendo Milos Raonic in finale e lasciando per strada solo 2 set in tutto il torneo. Subito dopo in Brasile vince il suo secondo oro olimpico e alla fine dell’anno mette in bacheca le ATP World Tour Finals, chiudendo la stagione al primo posto nel ranking.

L’inizio definitivo del declino

L’anno dopo però, inizia definitivamente il declino. A Wimbledon esce ai quarti per mano di Sam Querrey dopo aver sofferto durante tutto il torneo per un dolore all’anca che gli impedisce di giocare gli US Open, facendolo scivolare addirittura al 16esimo posto in classifica. Murray annuncia il suo ritorno sui campi per il Brisbane International 2018, ma all’ultimo momento rinuncia e si fa operare all’anca. A giugno sembra essere finalmente pronto, ma Andy non sarà più lo stesso. Un problema alla caviglia gli fa chiudere in anticipo l’anno e nel 2019 si presenta in Australia ma il dolore all’anca è ancora troppo forte. Un vero e proprio tormento per Andy. L’11 gennaio annuncia il possibile ritiro dall’attività agonistica, augurandosi di riuscire ad arrivare a giocare almeno Wimbledon: «Troppo dolore, non è più divertente» dichiara in lacrime in conferenza stampa. Lo scozzese non si arrende e si opera, riuscendo a tornare competitivo, quantomeno nel doppio dove vince il Queen’s di Londra in coppia con Feliciano Lopez. Dopo qualche altra sortita nel doppio, tra cui uno misto con Serena Williams a Wimbledon, Andy ci riprova nel singolare ma con scarsi risultati.

C’era una volta Andy Murray e magari non ci sarà più. Ma rimangono le sue imprese, capaci di unire la Gran Bretagna a suon di rovesci e palle corte e di riportare il tennis britannico nell’Olimpo.

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