VirtualGP ed esports: perchè i videogiochi non sono una perdita di tempo

Parliamoci chiaro: se avete più di 30 anni e avete sentito del gran parlare che si fa ultimamente di Virtual GP e affini, c’è una buona probabilità che abbiate etichettato questo fenomeno come un’inutile perdita di tempo per svariati motivi: i videogiochi sono per bambini; alla playstation possono giocare tutti; correre davanti a uno schermo non sarà mai come farlo in pista…e così via.
Oppure semplicemente siete entrati in contatto con un mondo, quello dei cosiddetti esports, che prima non conoscevate e di cui forse non ne sapete abbastanza.
Sia che possiate (speriamo) cambiare idea, sia che vogliate avere qualche informazione in più sull’argomento, siamo qui per provare a darvi un’infarinatura generale sul mondo degli esports, ossia videogiochi competitivi dove più giocatori o squadre si sfidano in partite online gli uni contro gli altri al fine di decretare il vincitore di un torneo, di una competizione o di un evento; proprio come succede con il calcio, il tennis, il basket e così via.

La prima e più importante cosa da mettere in chiaro è che è profondamente errato, però, paragonare o mettere in relazione gli Sport agli esports.
I secondi non fanno parte dei primi; non ne sono un sottoinsieme; non ne sono un’alternativa e, soprattutto, possono benissimo convivere con i primi nella vita di una persona (a confermarlo, il fatto che molti videogiocatori professionisti siano anche appassionati sportivi o viceversa).
Eppure, verso i secondi vi è da sempre un forte scetticismo motivato dalla credenza che i videogiochi “facciano male”, “siano roba da bambini”, “facciano diventare violenti”, “rincretiniscano i bambini” e tutto il resto.
E adesso a prendersi le critiche sono anche iniziative come quella dei Virtual GP, ree di mostrare “un qualcosa che non è per niente simile al reale” o di “mettere allo stesso livello dei piloti professionisti persone che non hanno mai guidato un’auto”. Come se, per qualche motivo, fossero due cose negative che non possono garantire intrattenimento.
Prima di parlarne, però, facciamo una piccola distinzione tra gli esports come passione e gli esports come lavoro.


L’evoluzione dei videogiochi: da semplice passatempo ad arte

Il fine ultimo dei videogiochi è da sempre quello di divertirsi, e ciò non è cambiato con il loro evolversi: essi non sono più dei prodotti mediali semplici e dal funzionamento immediato (tetris, pacman, puzzle bubble), ma si sono evoluti in una generazione tutta nuova che li rende molto più complessi, interattivi, articolati.
Alcuni videogiochi, oggi, hanno meccaniche talmente articolate da poter richiedere centinaia se non migliaia di ore di gioco perché si possa dire di “saperci giocare”.
Proprio come ci vogliono centinaia di ore per poter dire di “saper suonare” o “saper dipingere”.
Per la Corte Suprema americana, cui sentenza citiamo direttamente qui sotto, i videogiochi possono essere addirittura considerati una vera e propria arte.

Like books, plays, and movies that preceded them, video games communicate ideas—and even social messages—through many familiar literary devices (such as characters, dialogue, plot, and music) and through features distinctive to the medium (such as the player’s interaction with the virtual world)

Oltre a ciò, c’è da considerare anche un’altra grande innovazione che sta alla base dell’evoluzione dei videogiochi classici in esports: la possibilità di riunirsi virtualmente e cimentarsi in sfide online di varia natura (corse automobilistiche, simulazioni di scontri a fuoco, partite di calcio) al fine di provare a vincere divertendosi insieme, sviluppando nuove abilità “virtuali” o magari mettendo in pratica quelle che già si hanno nella controparte reale della competizione.
I videogiochi online -che sfruttano internet per connettere paesi diversi-, poi,  uniscono giocatori che fino a un secondo prima non si conoscevano neanche, “costringendoli” a cooperare e comunicare attraverso chat scritte e vocali al fine di raggiungere uno scopo comune: vincere una partita di FIFA, Call of Duty, Counter Strike.
Chi vi scrive non fa fatica ad ammettere che è così che ha imparato (quasi) perfettamente l’inglese: non sui banchi di scuola, non sui libri, non ascoltando i Rolling Stones; ma videogiocando quotidianamente insieme a ragazzi di tutto il mondo, per anni.
Talvolta, infatti, i legami che si creano durante una partita online possono essere trasposti anche al di fuori di essa: così nascono gruppi Whatsapp o Telegram dove si può chiacchierare e interagire con i nostri “amici virtuali” anche al di fuori dei videogiochi stessi, fino magari un giorno a conoscere dal vivo chi prima di allora era soltanto un nickname su uno schermo ed una voce dentro alle cuffie.

I videogiochi, oggi, non sono più un qualcosa che si vive in solitaria nel buio della propria cameretta: essi si basano sulla condivisione di un’esperienza e soprattutto di una passione ed estendono la loro influenza ben al di fuori di quello che è l’atto di accendere o spegnere una console.


Gli esports: quando i videogiochi diventano lavoro

Discorso un po’ più ampio, invece, è quello relativo agli esports come professione: che ci crediate o meno il valore globale del mercato riguardante le competizioni nazionali ed internazionali di videogiochi nel 2019 è stato di più di 1 miliardo di dollari, con una prospettiva di crescita fino a quasi 2 miliardi nel 2022.
Se ciò non vi bastasse, qui sotto trovate un grafico riportante i titoli videoludici che nel corso del 2019 hanno messo a disposizione i montepremi maggiori per le proprie competizioni (Fonte: Statista).

 

Competizioni alle quali prendono parte soprattutto ragazzi tra i 14 e i 26 anni, che grazie ai videogiochi riescono a guadagnarsi da vivere e non solo: alcuni, come Aydan Conrad, giocatore di Fortnite, riescono a ripagare i debiti dei genitori, i quali probabilmente oggi ringraziano il cielo che il proprio figlio sia un campione di quel videogioco che tanti considerano “una perdita di tempo che non serve a niente nella vita”.
In alcuni paesi del mondo (soprattutto USA, Cina e Francia) quello del gamer è dunque un mestiere vero e proprio (a volte anche ampiamente remunerato) che riunisce decine di milioni di giovani -chi come spettatore e chi come giocatore- dando vita ad una vera e propria industria culturale.
Esattamente come fanno il calcio, la pallavolo, o la Formula 1.
Ed esattamente come per gli sport tradizionali, anche gli “atleti digitali” devono fare sacrifici, allenarsi per ore e ore ogni giorno (perchè no, i videogiochi non sono più tutti semplici come Tetris o Pacman) e dedicare la propria vita alla propria passione.
E per chi dice, a ragione, che “passare fino a 10 ore al giorno davanti allo schermo non fa bene alla salute”, c’è da ricordare che la stragrande maggioranza dei lavori da ufficio più comuni e diffusi lo prevedono, così come tanti altri (dal casellante all’autista) prevedono di stare seduti per ore, ogni giorno, nonostante ciò non faccia bene alla salute.

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L’arena dove si è svolto il campionato esports 2019 di Formula 1

I Virtual GP: anche agli atleti piacciono i videogiochi

I piloti di Formula 1, Indycar, e MotoGP, impegnati insieme ad altre personalità dello sport nelle varie istanze di GP Virtuali tenutesi nelle scorse settimane non hanno partecipato al fine di vincere un premio o un riconoscimento: lo hanno fatto per divertimento.
Come dicevamo prima, la passione per gli sport non esclude quella per i videogiochi, e viceversa. Di fatto, tanti appassionati di Formula 1 e di videogiochi (soprattutto i più giovani) hanno trovato e stanno trovando nella serie dei VirtualGP una forma di intrattenimento sui generis che diverte non solo loro, ma anche i piloti stessi, insieme a tutti gli altri sportivi che prendono parte alle gare virtuali.
Con la serie delle #RaceForTheWorld, poi, a questo primo scopo di intrattenimento se ne è aggiunto un altro, ben più nobile: la raccolta fondi in favore della lotta all’emergenza globale di COVID-19.
E dunque, soprattutto in un periodo delicato come quello della quarantena, cosa c’è di male nel giocare e divertirsi coi videogiochi? C’è davvero bisogno di continuare a lamentarsi non solo dei videogiochi in generale ed anche di iniziative ed eventi come quello dei VirtualGP?

Certo, forse la trasmissione in diretta su Sky con tanto di Vanzini scimmiottatore di sè stesso è stata un po’ esagerata ed ha messo di fronte a milioni di persone una realtà che non tutti sono in grado di capire o apprezzare (era soltanto la simulazione di un qualcosa di vero, che ai non avvezzi può sembrare una perdita di tempo, una finzione, una presa in giro dello sport “vero” e magari anche un insulto allo stesso).
Tuttavia, per tanti ragazzi al mondo i videogiochi sono una cosa importante -a volte la più importante- e stanno cambiando la vita di milioni di persone.
Possono non piacere, come può non piacere il calcio o il cinema.
Possono non interessare, come può non interessare la caccia o la pesca.
Ma non possono essere ignorati e, ancor peggio, considerati inutili da chi non li apprezza o non li vuole apprezzare.

Vivit et vivet, dicevano i latini.
Noi, invece, ci sentiamo di dirvi:
giocate e lasciate giocare.
Sia i vostri figli, sia i piloti di Formula 1.


Foto copertina: LoLEsports

Emanuele Breschi

Diplomato in Lingue e laureato in Scienze Politiche, anche se ho passato più ore su Netflix o alla Playstation che sui libri.

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