Le idee, il Calcio Totale e la Rivoluzione: quattro anni senza Johan Cruijff

Capelli lunghi, due piedi che disegnavano calcio, e una testa sempre avanti con le idee. Quattro anni fa un cancro ai polmoni portava via Johan Cruijff, ma il suo mito, il suo genio, rimarranno per l’eternità. Il contributo che ha dato al calcio, da giocatore prima e da allenatore poi, resterà per sempre e può essere sintetizzato in una parola: Rivoluzione.

Sul campo è importante dare libertà ai giocatori, anche se all’interno di uno schema… La distanza massima che un giocatore deve percorrere dev’essere di dieci metri… La libertà è ammissibile, solo se si produce il massimo rendimento dei giocatori di talento… Quello che conviene insegnare ai ragazzi è il divertimento, il tocco di palla, la creatività, l’invenzione… La creatività non fa a pugni con la disciplina.

Johan Cruijff

Nato ad Amsterdam nel 1947, con l’Ajax nel destino. Già, perchè la madre Petronella lavorava come addetta alle pulizie nello stadio dei Lancieri, e portò il figlio, al tempo 12enne, ad un provino. Il giovane Cruijff aveva un fisico fragile, ma tutti notarono subito la sua visione di gioco, la sua progressione palla al piede e la sua personalità. Quella, ne aveva da vendere.

L’Ajax del Calcio Totale

A 17 anni esordì nell’Ajax e quello che ne seguì fu un film pazzesco. Più che una squadra, quella allenata da Rinus Michels era un’orchestra perfetta. Era l’Ajax del calcio totale.
Michels prese la squadra – in piena lotta per non retrocedere – nel 1965, dopo la pesante sconfitta per 4-9 nel Klassikier contro i rivali storici del Feyenoord. Un uomo che cambiò la storia del calcio olandese e la carriera di Cruijff. Nel 1969 il mondo scopre definitivamente il talento del giovane Johan: finale di Coppa dei Campioni, il Milan di Nereo Rocco più esperto vince facilmente 4 a 1, ma gli osservatori non possono fare a meno di notare la personalità e la velocità di Cruijff.

Nel 1970 iniziò a indossare la maglia numero 14, che diventerà poi simbolo della sua Rivoluzione.  Un anno più tardi l’Ajax vince la sua prima Coppa dei Campioni e Cruijff il suo primo pallone d’oro. L’anno successivo i Lancieri conseguirono quello che oggi chiameremmo Triplete, vincendo di nuovo l’antenata dell’odierna Champions League, dopo una finale storica. Di fronte l’Ajax aveva l’Inter di Sandro Mazzola e si giocava in Olanda, ma a Rotterdam, sul campo dei rivali. Cruijff nonostante la marcatura stretta di Lele Oriali, fu il grande protagonista del match.

L’anno successivo, altro giro, altra corsa. Cruijff viene nominato capitano dai compagni e l’Ajax vince la sua terza Coppa dei Campioni consecutiva, battendo di nuovo un’italiana in finale, la Juventus.

Nell’estate del 1973 però, la squadra non lo conferma capitano e lo strappo è incolmabile: Cruijff lascia Amsterdam. In Spagna lo vuole il Real Madrid, ma lui sceglie il Barcellona. L’Ajax lo vende per tre milioni di fiorini olandesi, poco più di un miliardo di lire.

Cruijff sceglie la maglia numero 9 e ritrova come allenatore Rinus Michels, passato ai blaugrana. Il Barcellona è penultimo in classifica, con 3 sconfitte nelle prime 7 gare giocate. Ma il genio dell’olandese cambia di nuovo la storia del calcio. Due gol all’esordio, poi dieci vittorie consecutive, un gol memorabile all’Atletico Madrid che gli vale il soprannome di Olandese Volanteun Clasico col Real vinto 5 a 0. A fine stagione il Barcellona vince incredibilmente la Liga, ma l’appuntamento con la storia non è ancora finito..

”Arancia Meccanica”, l’Olanda del 1974

Coppa del Mondo del 1974, l’Olanda, guidata ancora da Michels, incanta il mondo intero. Arrivati in finale, gli Orange sfidano la Germania Ovest, che ospitava il mondiale. Nemmeno un minuto sul cronometro e i ragazzi di Michels sono già in vantaggio. Un’azione che entra dritta nella legenda: possesso palla e progressione di Cruijff che viene atterrato in area, con i tedeschi che non toccano mai il pallone. Rigore e vantaggio Orange con Paul Breitner che trasforma dal dischetto. Alla fine la Germania la ribalta e vince il Mondiale, ma quella Coppa del Mondo consegna comunque l’Olanda alla storia: una squadra ricordata non per aver vinto, ma per quel modo incredibile di giocare..

Dopo il Barcellona

Rinus Michels abbandona i blaugrana e iniziano i problemi per Cruijff, che addirittura si allontana per un pò dal calcio. Convinto a tornare dal suo manager Cor Coster, Johan decide di andare a giocare in America. Dopo due stagioni torna in Spagna al Levante e successivamente fu vicino al Milan, tanto che con i rossoneri giocò il match di Coppa Super Clubs nel 1981 contro il Feyenoord. Gli acciacchi fisici dell’olandese però fecero sfumare il trasferimento e nello stesso anno Crujff tornò all’Ajax, dove giocò con Frank Rijkaard e Marco Van Basten, vincendo di nuovo due campionati e una coppa.

Il Cruijff allenatore

Una volta appesi gli scarpini al chiodo, Cruijff vuole ancora stupire e inizia la sua carriera da allenatore nell’Ajax sostituendo Aad de Mos, senza nemmeno avere un patentino. Con il Lancieri vince due Coppe d’Olanda consecutive, e la Coppa delle Coppe del 1987. L’anno successivo lascia gli olandesi e va a allenare il Barcellona: la storia si ripete.

Cruijff rivoluziona la squadra e negli otto anni sulla panchina blaugrana allena giocatori del calibro di Josep Guardiola, influenzandone inevitabilmente le future idee da allenatore, Ronald Koeman e Hristo Stoickov.

Il Barcellona, durante la gestione dell’olandese, vince 4 volte la Liga, una Coppa del Re, una Coppa delle Coppe e la prima Coppa dei Campioni della storia degli spagnoli, trionfando in finale sulla Sampdoria di Gianluca Vialli e Roberto Mancini. Nel 1994 raggiunge di nuovo la finale della massima competizione europea, ma la sua squadra questa volta si arrende al Milan di Fabio Capello, che lo batte 4 a 0. Dopo l’esperienza col Barcellona, iniziano i problemi di salute per Cruijff che lascia la panchina blaugrana. Negli anni successivi svolge il ruolo di dirigente all’Ajax, il suo grande amore, e diventa Presidente Onorario del Barcellona.

Il 24 marzo 2016, Cruijff muore con un cancro ai polmoni . Il mondo perde un simbolo, un’icona. Ma il ricordo del ”Pelé Bianco”, soprannome affibbiatogli dal giornalista Gianni Brera, vivrà per sempre. Non possiamo far altro che ringraziarlo, per il modo in cui ha sempre inteso il calcio e per l’eredità che la sua filosofia ha lasciato agli allenatori di tutto il mondo, Guardiola su tutti.

La sua Rivoluzione non avrà mai fine.

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