Stop alla Formula 1: chi ne trae vantaggio e chi rischia di rimetterci

Dopo la falsa partenza del weekend australiano è arrivato anche l’ultimo chiodo sulla bara di quest’inizio di stagione: le gare di Bahrein e Vietnam sono state rinviate ufficialmente.
La Formula 1, dunque, va in letargo per qualche settimana. O qualche mese.
Non è chiaro infatti quando la stagione prenderà effettivamente il via e si aspettano a riguardo comunicazioni ufficiali da Liberty Media, azienda proprietaria del campionato di Formula 1, il cui presidente sostiene come <<La situazione globale del contagio al COVID-19 non consente di fare previsioni, serve il tempo corretto per capire la situazione e prendere le decisioni corrette>>.
Le previsioni, però, sono parte integrante della Formula 1; pensare che il Circus possa fermarsi completamente, per quanto grave sia l’emergenza coronavirus, è piuttosto ingenuo: con tutta probabilità quando il quadro sulla stagione 2020 sarà completo ed ufficiale i team si troveranno di fronte ad una situazione più unica che rara e queste settimane (mesi?) saranno cruciali per organizzarsi –anzi, riorganizzarsi– e prepararsi al meglio per una stagione sui generis che potrebbe rivelarsi ben più interessante di quanto si possa pensare.


Come cambia il calendario 2020 di Formula 1

Prima di fare previsioni, però, proviamo a delineare quale potrebbe essere lo scenario più probabile per il 2020 della Formula 1 che avrebbe dovuto prendere il via lo scorso weekend in Australia: i primi comunicati ufficiali riguardanti la ripresa del Campionato parlano in maniera generica di <<maggio 2020>>, senza però specificare a quale dei tre Gran Premi attualmente previsti per quel mese (Olanda, Spagna, Monaco) si faccia riferimento.
L’epidemia di COVID-19 nei paesi europei tuttavia fa presumere che anche tali Gran Premi non si svolgeranno regolarmente e che quindi l’opzione più probabile sia il rinvio dell’inizio del campionato al GP di Azerbaijan, in programma per il 7 giugno a Baku.
I GP non disputati sarebbero dunque sette (Australia, Bahrain, Vietnam, Cina, Olanda, Spagna, Monaco) ma soltanto quattro di essi dovrebbero essere recuperati: l’Olanda sarà probabilmente rimandata ad Agosto –non si terrà la consueta pausa estiva-, mentre Bahrain, Cina e Vietnam saranno ricollocati a fine stagione, dopo l’appuntamento di Abu Dhabi.
Fuori dalla giostra resterebbero dunque AustraliaSpagna e Monaco (anche se risulta difficile pensare ad una stagione di Formula 1 senza un GP iconico come quello del Principato, la cui presenza resta per adesso confermata), ma le trattative sono in corso e si aspettano ancora comunicazioni ufficiali.

AGGIORNAMENTO 19/03: Ufficialmente rinviati anche i tre GP del mese di maggio, Olanda, Spagna, e Montecarlo, per i quali si attende adesso una possibile ricollocazione nel calendario 2020.

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Ecco come potrebbe essere riorganizzato il calendario 2020 della Formula 1 dopo i numerosi rinvii: GP d’Olanda recuperato in agosto; Bahrain, Vietnam e Cina recuperati in blocco a fine stagione. In dubbio i recuperi di Australia, Spagna e Monaco.

Cosa cambia per le scuderie

La versione del calendario più accreditata e forse più verosimile, qui sopra sintetizzata, potrebbe dar vita ad un campionato di Formula 1 particolarmente interessante dal punto di vista tecnico-strategico sopratutto perché questa pausa forzata garantisce ai team quasi tre mesi aggiuntivi per effettuare test, mettere a punto sviluppi sia nel comparto aerodinamico che in quello meccanico e migliorare le proprie monoposto alla luce dei risultati dei test di Barcellona, i quali avevano delineato una situazione che all’inizio effettivo della stagione potrebbe essere totalmente diversa; le monoposto che vedremo su pista, in sostanza, potrebbero non essere altro che lontani parenti di quelle che abbiamo visto a Barcellona.
Basti infatti pensare che le vetture si presenteranno al via della nuova stagione con Power Unit molto più aggressive e performanti dato che in Australia non si è mai scesi in pista (le PU originariamente montate non figurano dunque come ufficialmente utilizzate e a fine anno non verranno conteggiate nel computo totale delle PU usate durante la stagione) e sopratutto dato che il calendario potrebbe essere molto ridotto rispetto a quanto previsto: dovendo affrontare meno GP sarà meno importante preservare la salute delle PU per non incorrere in penalità relative a eccessive sostituzioni, permettendo di “spremere” al massimo ogni singola PU a disposizione. Stesso discorso vale, ovviamente per il cambio e i suoi componenti.

La stagione 2020 di Formula 1 come la conoscevamo non esiste più, dunque, e l’unico dato riguardante le monoposto che possiamo dare per certo sono le livree (ma quanto è bella la nuova ToroRosso AlphaTauri?) presentate nel pre-stagione.
Quello che appare certo, però, è che per buona parte il mondiale 2020 si deciderà dietro le quinte, dove in queste settimane saranno messe a dura prova le abilità di ingegneri e progettisti.


Chi ha bisogno di questo ulteriore periodo di test…

A trarre i maggiori benefici potrebbe essere ovviamente Ferrari, che alla vigilia del GP d’Australia era uscita dai test sottotono, non pronta a competere ai massimi livelli, e che adesso potrebbe riuscire a mettere a punto una monoposto più reattiva in curva, più aggressiva (magari modificando la parte anteriore del muso, ampiamente criticata) ma sopratutto più veloce sui rettilinei, dove la Rossa ha dimostrato più di una difficoltà rispetto alla stagione passata, tanto da essere circa mezzo secondo più lenta delle Mercedes (e forse sappiamo anche perché): i primi GP per la scuderia di Maranello, stando ai risultati dei test, avrebbero potuto essere tragici.

Sempre rimanendo in ambito Ferrari, anche la Alfa Romeo di Raikkonen e Giovinazzi potrebbe trovare in questi mesi la chiave di volta per una stagione sopra le righe, dato che nel pre-season i biancorossi sono stati praticamente dei fantasmi, facendo registrare appena 735 giri completati senza però dare grandi risultati; e nonostante un paio di lampi prestazionali (il primo giorno di Kubica e i 320 km/h fatti registrare da Raikkonen l’ultimo giorno), le aspettative per il 2020, anche in ragione dell’ottima seconda metà della stagione 2019, sono molto più alte di quanto visto finora: un altro anno nell’anonimato, infatti, potrebbe costare al pugliese Giovinazzi il posto nella scuderia elvetica (e forse anche in F1).

Ad uscire sconfitti dai test di Barcellona, infine, sono sicuramente gli statunitensi del team Haas che, anche a causa di problemi tecnici sulla vettura di Magnussen, hanno fatto registrare un numero infimo -nonchè il più basso- di giri completati, appena 649 (Mercedes ne ha completati 903): non abbastanza per dare risultati affidabili su una monoposto e su un team (piloti compresi) che affidabili, almeno nelle passate stagioni, non lo sono sempre stati. Come ben sa chi ha avuto il piacere di vedere la seconda stagione del documentario Netflix Drive to Survive, infatti, il team di Günther Steiner deve lavorare prima di tutto sull’ambiente interno del team, sull’alchimia tra i propri piloti e sopratutto sullo spirito di squadra, in modo da riuscire a dare il meglio anche in situazioni particolarmente difficili.
Troppo spesso infatti si pensa alla Formula 1 come a uno sport basato solo sui numeri e sulla bravura dei piloti, dimenticandosi che essi sono solo la punta di un iceberg composto da centinaia (a volte migliaia) di individui che hanno bisogno di un clima positivo per poter di garantire il funzionamento perfetto non solo della monoposto, ma di tutto il paddock.


…e chi, invece, potrebbe uscirne svantaggiato.

I primi grande sconfitti del caos causato dall’emergenza coronavirus sono senza dubbio Mercedes RedBull.
I primi, fosse anche solo per la stregoneria DAS, sono stati i re indiscussi dei test di Barcellona, con una miriade di giri percorsi (903) e un margine di vantaggio sui rivali che non è mai sembrato vacillare. La paura è che in questi mesi i rivali più accaniti possano recuperare terreno sulla W11, monoposto straordinaria che non sembra avere alcun punto debole se non per la Power Unit, unica pecca di questo inizio di 2020, che in più di un paio di occasioni ha tradito sia i cugini in Williams, sia le Frecce stesse: ecco su cosa dovranno lavorare durante questa pausa forzata Hamilton e compagni.
I secondi, invece, non solo durante i test hanno tenuto (e in alcuni casi battuto) i tempi di Ferrari, ma erano addirittura così certi di poter portare in pista una macchina super-competitiva che sono stati gli unici (insieme ovviamente ad AlphaTauri) a spingere fino all’ultimo per correre a Melbourne. Ciò dovrebbe bastare per capire quanto RedBull abbia fiducia nel lavoro fatto nell’ off-season: rimane da capire però se il team capitanato da Christian Horner riuscirà a rivedere i propri piani di sviluppo e a riadattarli efficacemente per avere di nuovo un cospicuo vantaggio sui rivali -sopratutto Ferrari-; vantaggio che potrebbe adesso assottigliarsi e i punti non accumulati durante questi primi GP potrebbero, alla lunga, influenzare pesantemente l’esito della stagione. 

Mettendo da parte le battute sulla somiglianza della RP20 con la Mercedes vincitrice dell’ultimo mondiale, poi, è importante sottolineare come quella della Racing Point sia stata una scommessa da all-in che non ha pagato come avrebbe dovuto: puntare tanto sull’inizio stagione con una monoposto da subito veloce e competitiva pagando però sul lungo periodo in termini di ricerca e sviluppo non ha dato i frutti sperati. Anzi, peggio di così proprio non poteva andare.
A quanto visto nei test, infatti, la monoposto di Perez e Stroll sembrava poter dominare il cosiddetto midfield senza troppi problemi, grazie all’aiuto fornito dalla vicinanza con Mercedes; adesso, forse, le carte in tavola cambieranno, poiché i diretti rivali (sopratutto McLaren e Renault) avranno quasi tre mesi per migliorare la vettura da loro progettata e messa a punto, a differenza di chi probabilmente ha preso un po’ troppo spunto dal lavoro di altri e che ora si trova tra le mani una vettura difficile da sviluppare in autonomia.


Quanto contano tre mesi in Formula 1

Menzione d’onore, infine, va alla Williams e ai superbi risultati mostrati a Barcellona: i bei vecchi tempi ovviamente sono ancora lontani, ma il lavoro fatto finora ha dato i suoi frutti e difficilmente si sarebbero potuti immaginare risultati migliori se si pensa alle ultime stagioni in Formula 1.
È bastata la pausa invernale, infatti, a rivoluzionare il rendimento di un team che nella scorsa stagione ha avuto risultati a dir poco imbarazzanti: eccovi dunque un esempio pratico di quanto sono importanti pochi mesi di lavoro e quanto si può migliorare in un lasso di tempo che potrebbe sembrare non sufficiente per apportare cambiamenti concreti. Se la Williams ha fatto tutto questo in soli tre mesi, dunque, possono farlo anche le altre scuderie, sopratutto i Top Team: da qui a giugno, dunque, ci si può davvero aspettare di tutto.
Tornando alla scuderia forse più amata dagli appassionati di tutto il mondo, però, questa pausa forzata potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio: occasione di migliorarsi ulteriormente, riducendo ancora di più il gap con il midfield, o opportunità per gli altri team di ristabilire la distanza in termini di prestazioni vista fino alla stagione scorsa?
Per amore dello sport -e anche per rendere onore ad una scuderia storica della Formula 1- noi preferiremmo di gran lunga la prima opzione.


Non tutti i mali vengono per nuocere

E per quanto dura sia per noi appassionati dover passare tanti altri weekend senza Formula 1 (e per giunta proprio a inizio stagione, dopo un’astinenza durata tutto l’inverno), forse alla fine ne sarà valsa la pena: che l’anno più strano e difficile di tutta la Formula 1 finisca con l’essere anche quello più competitivo ed avvincente?
Forse sì; forse no. Quel che è certo è che, anche in vista del 2021 e di tutte le novità che porterà con sè la “nuova” Formula 1, non ci resta che stringere i denti e prepararci ad una stagione forse un po’ bislacca, ma che senza dubbio troverà il modo di non tradire le aspettative.

Emanuele Breschi

Diplomato in Lingue e laureato in Scienze Politiche, anche se ho passato più ore su Netflix o alla Playstation che sui libri.

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