Il calcio al tempo del Coronavirus, senza tifosi può essere definito calcio?

In questo weekend, con il monday afternoon di Sassuolo e Brescia compreso, è tornata in campo la Serie A nel recupero della 26′ giornata. Come? A porte chiuse. Finalmente la Lega Calcio, dopo i problemi e i contrasti nati con il Governo sullo sviluppo del campionato, la Serie A ha ripreso a giocare davanti a un pubblico…assente.

Tifosi a casa, il vero calcio è questo?

Ripetere per l’ennesima che il calcio appartiene ai tifosi è banale ma drasticamente attuale. La Serie A gioca e gioca davanti a nessuno. Tardini di Parma, Marassi di Genova, Allianz Stadium di Torino, Dacia Arena di Udine e San Siro di Milano. Già, quel San Siro soprannominato da tutti “La Scala del Calcio”. Quel teatro delle più grandi partite mai disputate nel mondo.. senza striscioni. Senza tamburi. Senza cori. Senza tifosi. Già, e i tifosi? Tutti a casa davanti a un televisore, davanti a un telefono o in macchina ad ascoltare alla radio. Il decreto d’altronde varato dal Governo parla chiaro: “via libera a qualsiasi manifestazione professionistica, nazionale o internazionale, ma con l’obbligo di porte chiuse”.

Per i tifosi di pallone il calcio è più di uno sport, lo vivono in maniera più intensa, sembra più una religione. Kobe Bryant

E lo poteva dire bene il Mamba, cestista dei Lakers tragicamente scomparso lo scorso 26 gennaio. Kobe infiammava i palazzetti NBA degli Stati Uniti e aveva l’ammirazione di tutti, anche degli acerrimi rivali dei Boston Celtics. 

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Lo stadio è quel luogo dove ci si sente tutti fratelli e sorelle. È il luogo dove per un gol segnato ci si abbraccia e ci si stringe forte anche con sconosciuti oppure ci si dispera, si piange per una sconfitta, una delusione. Il tifo, il tifoso, nello sport, ma soprattuto nel calcio, non possono mancare. Non devono. Ve lo provo a spiegare tramite una similitudine. È un po’ come se uno di noi dovesse preparare la carbonara ma alla fine ci mancassero le uova. Si può cucinare una buona pasta con il guanciale, ma non sarà mai una carbonara. Ecco. Puoi far disputare le partite a porte chiuse, ma senza tifosi, non sarà mai calcio vero. Per chiudere, vi lascio con una celebre frase di Eduardo Galeano, giornalista uruguaiano scomparso nel 2015.

Quando la partita si conclude, il tifoso, che non si è mosso dalla tribuna, celebra la sua vittoria: «Che goleada gli abbiamo fatto; che batosta gli abbiamo dato», o la sua sconfitta. Allora il sole se ne va e se ne va anche il tifoso. Scende l’ombra sullo stadio che si svuota. Sulle gradinate di cemento ardono qua e là alcune fiamme di fuochi fugaci, mentre le luci e le voci si spengono. Lo stadio resta solo e anche il tifoso torna alla sua solitudine di io che è stato noi. Il tifoso si allontana, si sparpaglia, si perde, e la domenica è malinconica come un mercoledì delle ceneri dopo la morte del carnevale. Eduardo Galeano

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