Il Milan di Boban e Maldini verso la fine e le “bandiere” che in Serie A non sventolano più

Dopo nove mesi dal ritorno di Zorro come dirigente rossonero, è arrivata l’ufficialità della separazione tra Boban e il Milan. Il croato, dopo essere cresciuto nella Dinamo Zagabria, è sbarcato in Italia nel 1991 per indossare la maglia del club di Milano. Dopo una prima stagione passata nel Bari, ha registrato 251 presenze con la maglia rossonera, dal 1992 al 2001, vincendo la Champions League e ben quattro scudetti.

Boban forse non è considerato una vera e propria bandiera per i tifosi rossoneri, ma il concetto di “bandiera” ormai sembra essere sbiadito. E il Milan è proprio una di quelle squadre che ha avuto molte bandiere. Da Costacurta, in rossonero dal 1986 al 2007, a Baresi, dal 1977 al 1997, fino a Maldini, un monumento del Milan per venticinque anni, con cinque Champions League vinte, di cui due da capitano.

Paolo_Maldini
Paolo Maldini (foto: Pinterest)

Essere una bandiera significava allora, forse più di adesso, dedicare la carriera intera ad una sola squadra, ad una maglia, a quei colori. Erano bandiere quei calciatori che hanno resistito al denaro e al fascino degli altri club pur di restare a vincere per la propria città, anche se questo amore per la maglia non è sempre bastato.

Essere una bandiera, cosa in cui non tutti credono, permette ai propri tifosi di identificarsi con la propria squadra, di creare una storia, di sentire fedeltà per la maglia.

Eppure, questa idea di fiducia a volte si scontra con la natura economica dei club, il cui obiettivo sembra essere sempre di più quello del guadagno. E forse, sotto sotto, è questo il motivo per cui le bandiere di una volta oggi non esistono più, perché non sono più in grado di portare i guadagni che la società cerca. Perché a volte, il richiamo del denaro è più importante del voler crearsi un’identità propria.

Contro la fedeltà di queste bandiere si sono scontrati anche diversi club che hanno visto rifiutare offerte vantaggiose e non poter godere delle prestazioni di grandi calciatori. Un esempio? Gigi Riva, attaccante del Cagliari, che rifiutò la proposta della Juventus nel 1974, quattro anni dopo lo scudetto vinto dalla squadra sarda. A ricordarlo Enrico Albertosi, al tempo portiere del Cagliari: “La Juventus voleva acquistare me e Riva in blocco, gli inseparabili. Gigi rifiutò e a Torino ci finì Zoff. Fu la sua fortuna. Da bianconero sarei stato nazionale a vita, forse anche nel 1982“.

Le altre bandiere: da Del Piero a Zanetti

Quindi, sono i giocatori che non sono più fedeli alla maglia, o è il calcio che si è allontanato dall’idea più profonda della passione e dell’identità per avvicinarsi alla mera finalità economica? Basta guardare l’addio di Alessandro Del Piero alla Juve dopo 19 anni nel club bianconero. A metterlo spalle al muro al tempo – era il 2011 – fu Agnelli, probabilmente oscurato dalla bandiera del capitano. A commentare il suo addio, lo stesso Del Piero durante un’intervista a Sky Sport 24 di due anni fa. “Si è trattata di una scelta fatta per fermare quello che di sgradevole si stava creando intorno a questa storia, visto che qualcuno diceva che guardavo solo l’aspetto economico. Io con la Juve non ho mai firmato per soldi, soprattutto dal 2006 in poi. Fu un gesto forte, che però rifarei”.

Oggi in molti pensano, e giustamente, a quanto Del Piero ha dato alla Juve. Io penso anche a quanto la Juve ha dato a Del Piero. Stiamo parlando di un campione che ha avuto la fortuna di incontrare una società che lo ha voluto legare al proprio destino per quasi vent’anni. Ecco, il punto è questo: Del Piero è stato fortunato a potersi allenare, vivere e giocare nel club meglio organizzato d’Italia per tutti questi lunghissimi anni.
– Gigi Riva

Ma Del Piero non è stato l’unico. Dopo l’addio di Totti (nella Lupa dal 1993 al 2017), l’anno scorso è arrivato quello di De Rossi (dopo 18 anni con la maglia della Roma), seguito da Florenzi, ceduto al Valencia dopo sempre 18 anni in giallorosso. Alla prima possibilità, la Roma non ci ha pensato due volte, rinunciando al terzo capitano nel giro di sei mesi. Ma una bandiera non è tale solo per i propri tifosi e il proprio pubblico. L’attaccamento alla maglia è qualcosa che viene percepito in tutto il mondo. Era l’8 marzo 2016, la Roma stava perdendo 2 a 0 contro il Real Madrdi, quando il Santiago Bernabeu si alzò per applaudire Francesco Totti, neo dirigente della Roma. Quello stadio poteva infatti essere il suo, ma il giocatore aveva rifiutato.

Tornando a Del Piero, la Juve solo due anni salutava Buffon, in bianconero dal 2001 al 2018. Poi la pausa al PSG di una stagione, e infine il ritorno al club di Agnelli. Due anni fa la lettera del portiere arrivava dritta al cuore dei suoi tifos dopo diciassette anni nella stessa squadra e 6111 giorni: “La Juve è una famiglia, non smetterò mai di amarla e chiamarla casa”. Nello stesso anno un’altra bandiera juventina se ne andava dopo dodici anni: Claudio Marchisio.

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6111 Seimilacentoundici giorni. Semilacentoundici attimi di pura passione. Di gioia, di pianti, di sconfitte e di vittorie. Grazie. Grazie ad ognuno di voi. Perché ognuno di voi ha contribuito a rendere speciale ogni istante della mia vita in bianconero. Una vita che è diventata una seconda pelle. Una pelle che ho indossato, amato e rispettato. E che ho custodito e protetto con tutto me stesso. Con tutti i miei limiti, ma anche con tutta la passione che mi ha sempre accompagnato. Con domani si conclude un percorso. Termina un libro che abbiamo scritto insieme. L’emozione è tanta. Troppa. Comincerà inevitabilmente un percorso nuovo. Un libro nuovo. Deve cominciare. Per la Juventus che rimarrà oltre qualunque calciatore, sempre! E che continuerà a scrivere altre pagine importanti del suo libro che io penso e immagino infinito. Perché il suo è un dna unico ed ineguagliabile. Irripetibile e magnifico. La Juve è una famiglia. La mia famiglia. E io non smetterò mai di amarla, ringraziarla e chiamarla “casa”. Perché mi ha dato tanto. Tutto. Sicuramente molto più di quanto io non abbia fatto nei suoi confronti. Comincerà inevitabilmente un percorso nuovo. Un libro nuovo. Deve cominciare. Per me che imparerò a guardare il futuro con occhi diversi. Che inizierò a raccogliere le nuove sfide che la vita mi proporrà con la curiosità di chi non vuole smettere di sentirsi “in gioco”. E che sentirò il sano timore di chi di sfide ne ha vissute tante, a volte vinte, molte altre perse, ma che è consapevole che ognuna di esse è diversa dalla precedente. E pertanto più difficile. Sono arrivato allo stadio in bicicletta. Ero tanto giovane. E domani vorrei metaforicamente allontanarmi a piedi per poter assaporare ogni istante, sentire la fatica del distacco. E la gioia dei saluti. Per emozionarmi. E per capire che mai sarò lontano da quel posto che chiamerò “casa”. Per sempre! E per poter salutare i compagni e gli amici che mai smetterò di chiamare FRATELLI. Fino alla fine! Per sempre vostro, Gianluigi Buffon

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Ma non si può parlare di bandiere però senza citare Javier Zanetti. Era il 2014 quando il capitano neroazzurro salutava per sempre il calcio giocato e la sua squadra. Arrivato nel 1995 dall’Argentina, iniziava la sua carriera in Serie A diventando il quarto giocatore in assoluto per partite disputate in questa competizione, dietro Maldini, Buffon e Totti. Oltre a lui anche Beppe Bergomi ha segnato la storia dell’Inter ricoprendo per vent’anni il ruolo di difensore arrivato da ragazzino e andato via da capitano.

Juve-Inter lo scambio delle bandiere

Era l’estate del 1976, quando le bandiere di Juve e Inter si incontravano a metà strada, questa volta non per giocare il Derby d’Italia, ma per trovare un accordo: lo scambio tra Pietro AnastasiRoberto Boninsegna. Il primo simbolo di tre scudetti in bianconero, il secondo idolo neroazzurro. In ballo 800 milioni di lire a favore della Juve, visti i cinque anni in meno di Anastasi. Da quel momento le due bandiere avrebbero iniziato a sventolare dalla parte opposta.

Le bandiere rimaste

Tra quelle più recenti hanno salutato il mondo del calcio Pellissier, per diciassette anni attaccante del Chievo, restando comunque nella dirigenza della sua squadra come responsabile del settore tecnico, Bellini, giovanile nell’Atalanta e poi difensore per la stessa maglia dal 1998 al 2016 e Conti, centrocampista del Cagliari dal 1999 al 2015 e attualmente responsabile dell’area tecnica dei sardi.

Qualcuno che mantiene questa tradizione però ancora c’è. Si pensi a Radu, da 13 anni alla Lazio e Chiellini, da 14 anni alla Juve e Francesco Magnellini che dal 2005 è al Sassuolo.

Giulia Taviani

22 anni, nasco a Verona, mi sposto a Milano ma sogno Bali. A quattro anni ho iniziato a scrivere poesie discutibili, a 20 qualcosa di più serio. Collaboro con Master X e con Periodico Daily. Ho scritto di cinema, viaggi, sport e attualità, anche se sono fortemente attratta da ciò che è nascosto agli occhi di tutti.

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