Via libera ai design personalizzati dei caschi: quali sono i pro e i contro?

Dopo il trambusto relativo all’accordo tra FIA e Ferrari, finalmente nel mondo della Formula 1 ci sono delle buone notizie: nel primo incontro annuale del World MotorSport Council tenutosi oggi a Ginevra, infatti, sono state annunciate alcune novità particolarmente significative per la stagione di Formula 1 che prenderà il via il prossimo 15 marzo.

Oltre ad aver formalmente espresso all’unanimità il proprio supporto alla FIA nella diatriba con sette dei dieci team di Formula 1 (c’era da aspettarselo), il Consiglio ha annunciato un aumento nel peso minimo delle monoposto (da 745kg a 746kg) imposto dal regolamento, a causa dell’aggiunta sulle stesse di nuovi sensori finalizzati al monitoraggio delle Power Unit (capito, Ferrari?).
In secondo luogo è stato anche annunciato come a fine stagione, durante i test di Abu Dabhi, ai team sarà permesso di utilizzare i nuovi pneumatici Pirelli da 18”, che dal 2021 sostituiranno quelli in uso attualmente.

L’annuncio più importante, tuttavia, è sicuramente quello relativo alla rimozione dei limiti nelle variazioni di design dei caschi dei piloti, che fino ad oggi potevano “rivisitare” la livrea del proprio casco solo una volta durante la stagione (anche se modifiche minori che non intaccassero significativamente il design del casco, come quelle ai colori, erano ammesse).
La questione, a lungo rimasta in secondo piano e poco discussa fino alla stagione scorsa, era tornata al centro dell’attenzione quando il pilota della Toro Rosso Dany Kvyat si era visto negare dalla FIA il permesso di modificare il design del suo casco in occasione del GP di Sochi in Russia, sua madrepatria, poiché aveva già sfoggiato un casco dal design rivisitato durante GP d’Italia.

Tale episodio ha suscitato compassione e vicinanza al pilota russo da parte sia della comunità dei tifosi sia da quella dei piloti, che non hanno esitato a esprimere il proprio disappunto e ad impegnarsi allo scopo di far revocare tale regolamentazione. A muoversi in tale direzione è stato in particolar modo il sei volte campione del mondo Lewis Hamilton, che prima ha definito tale norma “BS” -abbreviazione per bullshit, che volendo rimanere educati si traduce in stupidaggine- in un sondaggio su Instagram (definizione condivisa in un secondo momento anche da Vettel e Verstappen in un’intervista a Motorsport.com) e poi ha annunciato che la Grand Prix Drivers’ Association, l’unione dei piloti di Formula 1, avrebbe ufficialmente messo pressione alla FIA per rimuovere tale limitazione a quella che, sempre secondo il pilota britannico, è “l’unica cosa in cui il pilota è libero di esprimere la propria creatività e la propria personalità”.
La regola, originariamente introdotta nel 2015, è stata dunque abolita dopo appena cinque stagioni, e dal GP d’Australia 2020 i piloti saranno liberi di cambiare a piacimento il design del proprio casco.

Ma è davvero tutto oro ciò che luccica? E, sopratutto, quanto tempo passerà prima che questa concessione di libertà si trasformi nell’ennesima occasione commerciale per i team o per gli entourage dei piloti, o comunque possa essere sfruttata a fini diversi dal semplice “esprimere la propria creatività”?

Certamente, ai piloti è più che giusto lasciare un certo grado di libertà per potersi esprimere (anche se sono in Formula 1 per guidare, non per essere artisti) e limitarne le possibilità di personalizzazione del casco sarebbe come dire ai calciatori di Serie A quali scarpini possono indossare oppure costringerli ad usare sempre gli stessi dalla prima alla trentottesima giornata. Una stupidaggine, per citare Hamilton e Vettel. Tuttavia il potenziale della concessione di tale libertà non è da sottovalutare.
A poche ore dall’annuncio, infatti, il pilota della McLaren Lando Norris ha già annunciato un contest per decidere il design del suo casco in occasione del GP di Silverstone. Un modo per avvicinarsi ai propri fan e per rafforzarne lo spirito di partecipazione alla community? Certo, ma la speranza è una: che in uno sport così tanto incentrato sul capitale finanziario (tanto che qualcuno può permettersi un posto tra i 20 piloti praticamente solo per il “merito” di avere un padre miliardario), questa “conquista” dei piloti possa rimanere una fonte pura e inalienabile di espressione del pilota stesso e che non si riduca, invece, ad essere un tassello in più a disposizione delle trovate commerciali di team e sponsor.

Emanuele Breschi

Diplomato in Lingue e laureato in Scienze Politiche, anche se ho passato più ore su Netflix o alla Playstation che sui libri.

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